Io odio l’autostrada

Io odio l’autostrada!

Sta cosa mi é sempre più chiara.

Queste rette tangenti che dovrebbero abbreviarti il percorso, facilitarti la vita, rendere il tuo viaggio di lavoro o di svago, meno stressante, sono invece delle enormi arterie ipertrofiche. Cariche di camion, autobus, auto a più non posso. A due, tre, quattro corsie, mi stanno diventando sempre più odiose, pesanti da sopportare ogni giorno che passa.

Boh, sarà che ci devo percorrere per lavoro, decine di migliaia di chilometri ogni anno, da ormai quasi trenta, fatto sta che delle autostrade italiane non ne posso più, ne ho pieno le tasche.

Una volta, tanti ma tanti anni addietro, accompagnavo mio padre nel suo lavoro, che consisteva come il mio, oggi, nel girare in lungo ed in largo l’Italia per promozionare e vendere gli articoli che allora lui trattava. Ai tempi gli facevo diciamo da factotum e nella fattispecie, da autista. Un autista privilegiato, mio padre era terribilmente innamorato delle auto ( ma guarda un po’ da chi ho preso la malattia..) al punto di averne possedute decine nella sua lunga vita e carriera professionistica.

Una volta, tanti ma tanti anni addietro, non esistevano o meglio non venivano quasi rispettati i limiti di velocità, le sanzioni erano invero ridicole nel caso foste incappati in una pattuglia che a “naso” avrebbe misurato la vostra velocità, come tale un pochino tutti correvano di buon passo. Qualche reprimenda e un cento-duecentomila di multa e buonanotte. Per cui allora ventenne, sfrecciavo con le auto veloci che mio padre aveva ai suoi tempi, su e giù per l’Italia. Mio padre come tutta le sua generazione, non amava affatto i motori diesel. Lui veniva chiaramente dai motori a benzina, veniva dal boom economico, veniva dai Porsche Targa 2.4 verde pisello o da potenti BMW e Mercedes di cilindrata esagerata, tanto la benzina non era mica un problema. Ecco io quelle auto le vidi soltanto, con i braghini corti e gli occhi sgranati. Ricordo benissimo che stavo ad annusare i tubi di scarico ed amavo l’odore della benzina, mi faceva impazzire.

Io arrivai ad essere il suo autista quando vi fu l’avvento dei motori diesel.

Mio padre acquistò una bellissima Audi 100 Cd 5d, a suo tempo questo berlinone dalle linee avanguardistiche, sprigionava la bellezza di 70 cavalli e raggiungeva i 150 km/h.

Un vero capolavoro l’interno, lussuoso, silenzioso. Una vera auto da rappresentanza e da viaggio. Ci macinammo parecchi chilometri sin quando il motore decidette di abbandonarci.

Fu la volta di innumerevoli Mercedes 240 D. Decisamente più affidabili delle Audi che si stavano facendo un gran nome con l’iniziare dei rally e della trazione 4×4, le vecchie e  care Mercedes 240 D erano invece dei trattori da 500.000 Km di percorrenza quasi garantita, senza nessun tipo di guaio. In quanto a velocità lasciavano il tempo che trovavano e di ripresa manco a parlarne. L’Audi da quel punto di vista invece pareva di un altro pianeta.

Dop ben 3 Mercedes 240, alternate dall’apparizione breve di una 280 S sei cilindri benzina, rubata al parcheggio dell’allora mega galattico primo supermercato di Bergamo, che prendeva il nome di Città Mercato (pensa te che nome idiota..), venne il momento di una vera e propria bomba. La Bmw 524 Td! 115 cavalli erano allora rivoluzionari e spingevano questo bolide a sei cilindri a velocità impensabili per un motore a gasolio sfiorando i 200 Km/h. Con quell’auto color bronzo ricordo benissimo che si tenevano medie di 160 km/h senza nessun problema, sempre in corsia di sorpasso. Quando stanco del viaggio mio padre si addormentava, ne approfittavo per gettare a fondo scala il contachilometri per vedere i 200 agendo sulla manetta degli abbaglianti come un forsennato, cercando di farmi dare strada da automobilisti che imprecavano in ogni lingua e dialetto. Oh, che auto! Che Auto!

Finì con quell’auto il mio impegno di “autista”. Mio padre si godette ancora per molto tempo anche un’altra BMW 524 Td ed io invece intrapresi la strada delle Volkswagen.

Dapprima una disgraziata Jetta (la Golf con la coda..) in quanto in concessionaria di Golf in pronta consegna non ce ne erano ed a mio padre che aveva incidentato la sua, occorreva un auto immediatamente. Mi trovai con l’auto più brutta, stupida di colore rosso scuro, una vera carretta dei mari se non fosse che aveva quattro ruote. Ci macinai qualcosa tipo 290. 000 chilometri e la abbandonai per una serie di Passat familiari che mi accompagnarono per lungo tempo. Ne ebbi due, di cui l’ultima con motore turbo intercooler da 90 cv, bianca con bordature nere. Ci feci installare un impianto sonoro JBL tipo quello delle giostre ed autoscontri. La musica la sentiva mia madre ancor prima che io arrivavo a casa, e di conseguenza sapeva in anticipo quando gettare la pasta. Allora, avevo i capelli lunghi, pesavo 62 chili ed amavo una sola cosa al mondo: il windsurf.

Con la mia Passat bianca girai l’Europa intera dormendo in auto, alla ricerca dei migliori spot da windsurf. Bastava reclinare in avanti i sedili posteriori, gettare un paio di sacchi a pelo e ci stavi meglio che in un letto king size del migliore hotel di Las Vegas. Con le tavole rigorosamente legate sul tetto insieme agli alberi e le vele invece arrotolate, all’interno dell’auto, ci ho passato notti memorabili in Spagna, Grecia, Sardegna, Francia, Portogallo senza parlare di un bel po di laghi di ogni stato.

Quella credo, anzi sono sicuro che fu l’auto che più di tutte amai alla follia. Con un pieno che al massimo era di 50 litri riuscivo a percorrerci 1.200 chilometri senza vedere una pompa di rifornimento. Andai per la precisione quattro volte allo stretto di Gibilterra, a Tarifa per la precisione, tre volte in Grecia, di cui due per nave da Ancona ed una tramite la martoriata Jugoslavia. Vidi Cascais in Portogallo e tutta la costa meridionale della Francia fustigata dal Mistral. La Sardegna era un appuntamento fisso a marzo, di solito ci rimanevo almeno quindici giorni. Nell’estate del 1992 ci portai la mia meravigliosa Passat bianca per una permanenza di oltre 70 giorni. Insegnavo windsurf alla scuola del mio fraterno amico Georges Coppens a Porto Pollo, vitto e alloggio e vento a volontà. Mi picco e pochi lo sanno, di avere insegnato come surfare nientepopodimeno che a Marco Tardelli, che solo 10 anni prima fece sognare l’Italia intera con quel goal memorabile ai Mondiali in Spagna, a cui fece seguito quella folle corsa, quell’esultanza esplosiva che rimane come una delle cose più belle secondo me che l’Italia abbia mai visto.

Dopo oltre quattro anni di amore sviscerato, vendetti a malincuore la mia Passat bianca turbo intercooler 90 cavalli, per un’anonima Gold GTD 110 cv.

Finì come per incanto il mondo del gioco, del windsurf ,che avevo iniziato in modo pionieristico sempre grazie a Georges nel 1978.

Iniziò il serio mondo del lavoro con un’inappuntabile, anonima Golf argento metallizzato.

Da allora un’escalation di auto sempre a gasolio dai cavalli sempre più numericamente elevati, inutili, con i limiti, con gli autovelox, con il traffico, con gli anni che passano.

Sempre più cavalli e meno possibilità di spremerli a fondo. Imbrigliati da leggi stupide non ultima quella di un allora ministro idiota che addirittura pose i 110 come velocità massima sulle nostre autostrade.

Di cavalli non so più che farmene ora che inizio a ragionare, sono arrivato ad averne 420 per andare a 130 km/h, fate voi.

Ah, quanto rimpiango le auto di mio padre, quei diesel lenti, che dopo un lancio di chilometri  a stento raggiungevano velocità oggi ridicole per qualsiasi auto anche utilitaria. Quanto rimpiango le musicassette da 60 minuti o 90 al ferrocromo o al metallo dalle sigle più strane. Si arrotolavano ogni tanto nel lettore, ma era anche un piacere prendere una biro o una matita ed inserirla in uno dei due fori delle bobine e cercare con metodo e pazienza di riavvolgerle e renderle di nuovo perfettamente ascoltabili.

Nelle auto di mio padre ricordo ancora lo Stereo 7 e le cassette dalle dimensioni simile a quale di un libro, ricordo Santo e Johnny, Claudio Villa, la Carrà…

Bah, che tempi passati, non forse migliori ma più lenti.

Lenti come un autostrada da percorrere, come un viaggio da intraprendere, con soste programmate per fare riposare un pochetto il motore.

Il piacere di viaggiare di allora non lo trovo più, sin da quando entri nel telepass di entrata e senti quel suono sgradevole che fa: beeeeeeepp. In modo così sgarbato e menefreghista che ti viene voglia di lanciarlo fuori dal finestrino, se non fosse che ti occorre anche per uscire e non pigliarti in faccia quella sbarra fetente che ti aspetta come una ghigliottina all’uscita e di nuovo: beeeeeeeeeepp!

Ma di una cosa puoi stare certo, che fuori da quella tangente idiota e senza senso ti aspetta ancora un Italia meravigliosa, da esplorare, da annusare, da amare. Con i suoi piccoli paesi arroccati, con le sue campagne dense di stradine a S, con montagne e colline, laghi e mari che nessuno al mondo possiede.

Qui ritrovi il gusto di abbassare il finestrino, cacciare fuori per bene il tuo braccio sinistro e respirare a pieni polmoni la lentezza dell’incedere, il profumo di un bosco che sfila lento alla tua destra, il corso di un fiumiciattolo dalle acque ancora trasparenti e da mille volti e luoghi incantati che solo noi possediamo nel più bel paese del mondo.

A cosa serve correre a 130 km/h rischiando di rimanere ghigliottinato da una sbarra del telepass, incastrato tra un camion ed un guard rail, quando da Bergamo a Bologna ci impieghi  un paio d’ore in più se solo percorri una statale piena di colori, di vecchie insegne, di osterie e di gente diversa?

A nulla, per questo odio le autostrade.

Per questo amo percorrere anche lunghi tratti di strade statali, che anche senza navigatore ti portano sempre a casa, regalandoti colori, odori e Italia.

Un Italia che vive ancora talvolta lenta, nelle sue abitudini, nelle sue genti meravigliose, nelle sue strade uniche a volte mozzafiato.

Provateci anche voi una volta, quello potrebbe essere il vostro “primo” viaggio.

Un viaggio lento, a ritroso nel tempo….

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